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mercoledì, 07 maggio 2008, 11:56

Diario ~ 7 maggio 2008

Dovrei scrivere/ricopiare la storia per la sfida con Defender, altrimenti la giudice mi uccide per il tremendo ritardo. E' che in questi giorni sono svogliata in tutto: nello studio, nel lavoro, nel leggere e nello scrivere. L'idea è chiarissima, nella mia testa, e alcune frasi buttate giù su un quaderno non mi sembrano nemmeno tanto male. E' solo che non mi viene voglia nè di continuare nè di copiare, complice anche un mal di testa che mi assilla a intervalli più o meno regolari da lunedì della settimana scorsa.
Però l'idea è chiara, lo svolgimento anche, mi rammarico solo di non aver trovato un vecchio file dove l'avevo buttata giù in fretta in relazione ad un altro progetto. Posso farcela, insomma, e oggi pomeriggio, o stasera, ruberò un po' di tempo allo studio e la finirò. E chissà che non sia un modo per ricominciare ad essere più regolare.

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martedì, 06 maggio 2008, 20:43

Comunicazioni ~ Piccole cose inutili

Fate crescere la mia città, su.

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lunedì, 05 maggio 2008, 15:31

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domenica, 04 maggio 2008, 18:12

Letture ~ Bruciata viva, di Suad

Immagine di Bruciata viva Suad vive in un piccolo villaggio della Cisgiordania, dove ci si veste a lutto quando nasce una femmina, sempre che non la si soffochi nella pelle di pecora appena sguscia fuori dalla madre. Suad deve camminare a testa bassa, senza guardare in viso gli uomini, perchè allora diventerebbe una puttana e la sua famiglia potrebbe ucciderla per lavare l'onta del suo peccato. Suad deve lavorare come una schiava per un padre indegno di questo nome, così come è indegno d'essere chiamato uomo. Suad deve fare ogni cosa in maniera perfetta, ma non c'è perfezione che la salvi dalle botte. Una notte, è rimasta legata insieme alla sorella a un palo, nella stalla, con un fazzoletto in bocca per non urlare. Il padre di Suad pensa che le pecore siano meglio delle figlie femmine, perchè portano soldi. Invece le figlie femmine sono disgrazie.
Suad è la terza delle sue sorelle, e deve aspettare il suo turno per sposarsi. Ma la maggiore si è sposata, e l'altra sorella sembra destinata a rimanere zitella: e Suad non sopporta di essere derisa per il suo mancato matrimonio, e scalpita perchè sa che un uomo ha chiesto di lei ma deve aspettare il suo turno. Suad vuole essere libera, vive nel costante terrore del padre, delle botte e della minaccia di morte che le pende addosso per il suo semplice essere donna. Allora dà appuntamento al suo innamorato, che si prende gioco di lei e la mette incinta. Per Suad è la fine: appena saprà del bambino, lui sparirà, e lei verrà condannata a morte in una riunione di famiglia. Il fuoco le distruggerà il volto, le braccia, le incollerà il mento al petto, e nessuno la curerà, fino a che Jacqueline, che lavora per un'associazione umanitaria, recupererà lei e il suo bambino, la farà curare e le darà la possibilità di avere una vita nuova.
Suad è uno pseudonimo, perchè se la sua famiglia natale scoprisse dove vive adesso, potrebbe raggiungerla e assassinarla, perchè rimanere incinta prima del matrimonio, o anche solo parlare con un uomo, è una macchia sull'onore della famiglia, macchia che va eliminata insieme alla peccatrice. Suad ancora oggi racconta di avere il terrore del fuoco, dei fiammiferi, di dover controllare lei stessa che i fornelli siano spenti, di non riuscire a vedere un film in cui ci sono scene di incendi senza risentirsi il fuoco che suo cognato le ha gettato addosso, senza rivedersi correre via in fiamme per essere soccorsa da due donne, in strada.
Suad descrive una società in cui le donne sono vittime delle leggi, in alcuni casi atroci e barbare, degli uomini, volte solo a mantenere le donne nell'ignoranza e nella schiavitù. Non c'è rispetto per la donna, non c'è nemmeno solidarietà tra donne, c'è solo la solitudine del terrore, della paura e della vergogna.
Sono tremende le scene in cui Suad racconta la visita ricevuta in ospedale dalla madre, le "cure" che riceve, l'assoluta normalità che ai nostri occhi sembrano così atroci. E' tremendo il modo in cui Suad reagisce quando arriva in Europa, convinta che tutto sia come nel suo piccolo villaggio: la paura sincera di vedere uccise le donne in minigonna, il sollievo commovente con cui ringrazia Dio che siano vive. E' tremenda la gioia che lei e le sue sorelle provano quando il padre si fa male, perchè significa meno botte.
La storia di Suad è la storia di una donna sopravvissuta al fuoco, ma che deve andare per strada con le maniche lunghe, i pantaloni, il collo alto, la maschera sul viso, perchè il fuoco l'ha deturpata in maniera orribile. Si definisce prigioniera della sua pelle, nonostante sia un paese libero: ed è come se fosse ancora prigioniera degli uomini che l'hanno condannata al fuoco, bruciata, con la speranza che morisse. La storia di Suad andrebbe letta da tutti, uomini e donne. Se do così tante stelline al libro non è per il suo valore letterario: è per il suo valore di libro in grado di aprire gli occhi, come Murata viva di Leila, su consuetudini che distruggono le donne, dentro e fuori. Suad forse ancora non si accetta del tutto, come donna. In svariate parti del mondo, le donne pensano di valere meno delle pecore, perchè gli uomini decidono così.
E' significativa una delle frasi finali del libro: Suad spera che arrivi nel suo paese, e che gli uomini non lo brucino. Ma che speranza ha, il suo libro, in un paese in cui le donne sono volutamente tenute analfabete?
Bruciata viva è un libro durissimo, un'esperienza di lettura che, come donna, mi ha sconvolto, mi ha commosso, mi ha strappato lacrime di rabbia e frustrazione. Ma è una lettura che va fatta, per salvare tutte le donne come Suad, che possono essere ancora salvate, o almeno, non dimenticate.

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domenica, 04 maggio 2008, 14:31

Diario ~ 4 maggio 2008

Complimenti, mi dice Iobloggo: scrivendo questo post sarò a 500.
E mi dispiaceva "sprecare" questo traguardo con un'altra recensione, perchè in fin dei conti questo è il blog delle mie storielle, non il mio diario di lettura. E quindi eccomi qui, a festeggiare i 500 post con un diario striminzito su quello che è successo dall'ultima volta a oggi.
C'è un tempo per scrivere, e c'è un tempo per leggere. Sono sempre stata così, io: mesi di produzione incessante di storie, anche se non eccelse, che appagano il mio bisogno di scrivere e comunicare, e poi un silenzio chiuso, quasi ostile, che sfogo nella lettura. Avrete notato, dalle recensioni comparse qui, che questo era il tempo di leggere.
Il tempo di scrivere sta lentamente tornando: ho partecipato a un contest, con una storia a dir poco pessima, che ha incontrato il destino che ha avuto fin dall'inizio: il cestino e l'oblio (nonchè la mia soddisfazione nel vederla bruciare nel camino). Ho qualche sfida, qualche richiesta, qualcosa da rimettere in moto. Le idee ci sono, il tempo basta organizzarsi per trovarlo: e io con l'organizzazione faccio a pugni da sempre.

Però torna, ecco, e mi sento meno sola, quando scrivo, mi sento più viva, mi sento più... vera. Ecco. Scrivere è una questione personale, intima, vitale, e quando torno a farlo, così come quando torno a leggere dopo una pausa, mi sento a posto, come tornata a casa.
Non so dire quando torneranno ad esserci, qui, gli aggiornamenti, gli avvisi, i diari: però so che stanno per tornare, e questo mi basta.

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sabato, 03 maggio 2008, 21:03

Letture ~ Sette anni nel Tibet, di Heinrich Harrer

Immagine di Sette anni nel Tibet Sette anni nel Tibet non è solo l'autobiografia di Harrer: è anche una toccante testimonianza di ciò che era il Tibet prima dell'invasione cinese che ha costretto il Dalai Lama all'esilio e che ha sistematicamente distrutto i simboli della cultura e della religione tibetana.
Il resoconto di Harrer inizia nel 1939, quando grazie alle sue doti di sportivo e alpinista viene invitato a partecipare alla spedizione sul Nanga Parbat. Qui però viene catturato e imprigionato in un campo inglese in seguito allo scoppio della seconda guerra mondiale. Harrer però è uno spirito libero, la prigionia gli sta stretta, e cerca di evadere più delle volte dal campo: e il suo secondo tentativo ha successo, e riesce a penetrare nel Tibet, dove lui e l'amico che lo accompagna, Aufschnaiter, incontreranno numerose difficoltà e dovranno quindi aguzzare l'ingegno per ottenere il permesso di rimanere nel Tibet e di giungere alla città santa, Lhasa, dove tradizionalmente risiede il Dalai Lama. Gran parte del libro racconta delle disavventure dell'autore e del suo amico, di come siano riusciti ad attraversare il Tibet anche nelle peggiori condizioni metereologiche, e di come siano infine giunti a Lhasa, dove la pietà e la compassione dei cittadini si trasforma via via in accettazione. Il libro è anche costellato dalla descrizione degli scenari naturali, dei monasteri, e degli usi e costumi del popolo. Si scopre quindi l'atteggiamento dei tibetani nei confronti della morte, il modo in cui affrontano il lutto, il modo in cui trattano gli animali, e la venerazione a tratti toccante per il proprio dio-re, il Dalai Lama. Harrer racconta con l'occhio dell'europeo ciò che vede, la superstizione del popolo, la sua incrollabile fede negli dei, negli oracoli e nei buoni e cattivi presagi, descrive lo sfarzo pesante delle feste e delle cerimonie, e osserva l'incredibile tolleranza dei tibetani nei confronti delle altre religioni. Harrer arriverà, alla fine, a diventare amico del Dalai Lama, che, ancora bambino, ne seguiva gli spostamenti e le opere con un binocolo: e godrà per questo di svariati privilegi che cesseranno di colpo quando la minaccia dell'invasione cinese si farà pressante.
La parte finale del libro è commovente. L'invasione delle truppe cinesi e gli accordi di facciata colpiscono il lettore che ha imparato ad amare questo Paese inesplorato e la sua gente pacifica, anche se poco progredita. Le ultimissime pagine descrivono gli avvenimenti storici che si sono susseguiti in Tibet, con la lotta per libertà del popolo, con la difesa incredibile e toccante di migliaia di tibetani che si schierano davanti all'ingresso della residenza estiva del Dalai Lama per impedirne il rapimento o, peggio, l'assassinio da parte delle autorità cinesi, un muro umano che verrà trucidato ma che ha permesso al Dalai Lama di fuggire in India, dove ancora oggi si trova il governo in esilio. Sono pagine forti, che raccontano dei milioni di morti, delle migliaia di monasteri distrutti, di quello che di fatto è ciò che il Dalai Lama stesso ha definito "genocidio culturale". L'epilogo in particolare, scritto nel 1996, spiega come della Lhasa descritta nel corso del libro sia rimasto poco e nulla. In questo senso, anche Harrer ha contribuito a lottare per la causa del Tibet, facendo conoscere al mondo il Paese che lui visitò e che ora è quasi irriconoscibile. Sono pagine forti anche perchè si può leggere una sorta di indifferenza del resto del mondo nei confronti nel Tibet: Harrer spiega come, nel 1996, la Commissione per i diritti umani condannò sei nazioni, ma tra queste non figurava la Cina. Fino ad ora il Tibet ha ricevuto manifestazioni di solidarietà, manifestazioni di stima e rispetto nella figura del Dalai Lama, promesse a cui però non seguono azioni.
Lo stile del libro non è certo accattivante, e del resto non è nelle intenzioni dell'autore che lo sia: si limita ad esporre i fatti, e ci pensa la cultura e il Paese che descrive a rendere il tutto affascinante. I pochi fronzoli che l'autore si concede rendono forse il testo ancora più incisivo.
Credo sia importante leggere questo libro, per capire anche gli avvenimenti dei giorni nostri.

Un'ultima cosa: ho ricevuto il libro tramite un bookring che è stato lanciato in segno di solidarietà al popolo tibetano e alla sua sete di libertà. Chiunque volesse iscriversi può visitare questa pagina, iscriversi a Bookcrossing Italia e mettersi in coda per riceverlo.

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lunedì, 28 aprile 2008, 22:36

Letture ~ Il club dei filosofi dilettanti, di Alexander McCall Smith

Immagine di Il club dei filosofi dilettanti La prima cosa che ho pensato, quando ho chiuso il libro, è stato: bah. Non sono nemmeno sicura che possa essere considerato un giallo, dato che, secondo me, manca di quella componente che in un giallo considero fondamentale: la tensione investigativa, le macchinazioni di chi vuole nascondere la verità e le intuizioni di chi, invece, vuole scoprirla a tutti i costi.
La protagonista, Isabel, assiste nelle primissime righe del romanzo alla rovinosa caduta di un giovane uomo dal loggione del teatro in cui si trova. Il ragazzo muore e la nostra Isabel, che ragionerà di filosofia morale per tutto il libro, si sente in dovere di scoprire cosa sia successo esattamente e se si tratta di un incidente o piuttosto di un omicidio. La soluzione del mistero, però, viene spessissimo lasciata da parte per dare spazio alle riflessioni di Isabel, che è una filosofa e che dirige una rivista sull'etica. Il problema è che queste riflessioni mi sono spesso sembrate un po' tirate per i capelli: la protagonista interrompe spesso le conversazioni con le persone per tirare in ballo Hume, Kant, Freud e via discorrendo. Capisco il fatto che sia una filosofa, ma questo ragionare dei sistemi elaborati dai grandi mi è sembrato un po' forzato, e a volte sembra quasi che questi nomi e queste riflessioni siano messe lì per far sembrare la protagonista colta e raffinata e dalla mente aperta, ma non sempre raggiungono lo scopo, anzi: il più delle volte sembra una donna inacidita e piena di pregiudizi, che giudica le persone a volte anche solo dal loro aspetto (come fa con i ragazzi coi piercing), estremamente snob, e il suo atteggiamento non la rende affascinante al lettore, anzi, a volte mi è risultata estremamente fastidiosa, come quando esprime luoghi comuni vecchissimi e superatissimi sull'Italia e sugli italiani (spero mi perdonerete il momento di campanilismo).
Altra cosa che mi ha lasciata perplessa è il ruolo del Club dei filosofi dilettanti, che dà il titolo al romanzo: prima di iniziare a leggere immaginavo, e riconosco la mia completa e stupida ingenuità, che l'opera di investigazione fosse condotta dal club, ma non è così: il club viene nominato due-tre volte nel corso del romanzo, e non riveste alcuna importanza nemmeno per la protagonista, che pure l'ha fondato. In compenso, veniamo a contatto più spesso con gli articoli che Isabel riceve in quanto direttrice della "Rivista di etica applicata", ma anche qui, non hanno alcun ruolo all'interno del romanzo, se non quello di mostrarci la cultura di Isabel e spesso la sua spocchia.
In definitiva, il giallo in questo romanzo è proprio pallidissimo. E' talmente sullo sfondo che a volte ci si dimentica che c'è, e quando poi si arriva alla soluzione, si ha una delusione tremenda. Isabel non riesce a suscitare simpatia, proprio perchè dà spesso l'impressione di mettersi su un piedistallo da cui giudica gli altri, nonostante non se ne renda conto. Abbiamo di fronte, come lei stessa si definisce, una zitella inacidita, e ci vorrebbe molta meno boria da parte sua per trovarla simpatica. E con me non funzionerebbe nemmeno, perchè la simpaticona detesta Kant e io invece lo adoro :)
Insomma, non è un romanzo bellissimo, ma nemmeno pessimo. Anche se svicola dal giallo tante volte, mi ha comunque attirato fino alla fine per capire cosa fosse successo al morto della prima pagina e cosa sarebbe successo ad altri personaggi. Ma sono rimasta piuttosto delusa dal finale, e in definitiva troppe cose non mi tornano. Non mi è chiaro per nulla il significato del titolo, per esempio, e non capisco lo scopo del club, che è praticamente inesistente; rimangono in sospeso di un paio di cose, ma questo è anche comprensibile, dato che c'è un secondo romanzo della serie. Come giallo lo boccerei; come introspezione del personaggio è comunque buona, anche se non è sempre piacevole. Insomma, si guadagna la sufficienza, ma nulla più, secondo me.

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domenica, 27 aprile 2008, 21:52

Letture ~ Caffè Babilonia, di Marsha Mehran

Immagine di Caffè Babilonia Protagonista indiscussa di Caffè Babilonia è la cucina orientale, con i suoi aromi speziati, le sue prelibatezze che stuzzicano i palati occidentali, abituati a ben altri sapori. Protagonista è soprattutto la cucina di Marjan, sorella maggiore di Bahar e Layla, che, fuggite dall'Iran prima della rivoluzione, hanno trovato rifugio prima a Londra e poi a Ballinacroagh, un villaggio dell'Irlanda occidentale. E qui cercano di ricominciare una nuova vita, affittando dalla vedova Delmonico, una donna dolcissima e adorabile, il negozio in cui lei e suo marito, oramai morto da cinque anni, hanno gestito una pasticceria e panetteria che ha portato in Irlanda i sapori di Napoli. E lì iniziano un'attività di caffetteria, che serve leccornie della cucina tipica orientale, insaporite dalle mani magiche di Marjan e dalle erbe che ha imparato a coltivare fin da bambina.
Il romanzo è senza pretese, ma le tematiche che affronta non lo sono di certo. Le tre sorelle sono tre arabe, accolte con diffidenza in una comunità chiusa, osteggiate perchè la loro attività intralcia i progetti di Thomas McGuire, lo spaccone del paese, proprietario di una catena di birrerie. Il villaggio possiede tutti i tratti dei villaggi di provincia: le donne anziane che fanno cerchio ed escludono le nuove arrivate, soprattutto se straniere, i pettegolezzi, la classificazione delle persone anche solo sulla base dei sentito dire. La storia intreccia il desiderio di ricostruirsi una vita, di fuga da un passato difficile, all'amore fresco dei sedici anni di Layla. E insieme affronta il razzismo, le differenze culturali, la convivenza tra persone di nazionalità diverse e proveniente da culture e religioni differenti, la capacità di integrazione, la voglia di lavorare sodo di tre ragazze il cui passato viene svelato poco a poco, nel corso del libro, come se anche noi fossimo avventori del caffè a cui le protagoniste rivelano la propria storia quando si sentono pronte a farlo.
L'importanza della cucina, vera arte di Marjan e vero toccasana all'interno della storia, è sottolineata dal fatto che ogni capitolo si apre con una ricetta su cui poi le tre sorelle lavoreranno nelle pagine seguenti. E la forza del romanzo sta soprattutto, secondo me, in questo rapporto così stretto con il cibo, con la propria cucina, che è la più buona del mondo perchè è quella del proprio paese natale, e ricorda l'infanzia, i genitori, la famiglia, le proprie radici. Ho trovato a tratti commovente questo legame delle protagoniste con le spezie, le tradizioni, le ricette del proprio paese, soprattutto quando leggevo dell'ostilità, spesso immotivata, dei personaggi negativi. Il romanzo riesce a far sentire gli odori, e i sapori, e sembra di vederselo davanti agli occhi il Caffè Babilonia.
Come dicevo, la storia è senza pretese, anche piuttosto lineare e banale, se vogliamo. Ma è un modo per vedere l'integrazione degli stranieri, per chiedersi cosa sia stato a farli decidere di sradicarsi dal proprio paese, da cosa fuggano, in certi casi. Il romanzo tocca questi argomenti senza approfondirli troppo, e se questo da una parte può sembrare un difetto, dall'altra permette al lettore di rifletterci per conto proprio e giungere alle proprie conclusioni.
La lettura è stata estremamente piacevole, scorrevole, e anche interessante: mi sono copiata tutte le ricette del libro e magari un giorno o l'altro le proverò. Ma mi ha fatto venire anche voglia di conoscere meglio le tradizioni culinarie della mia città natale, e di conoscere quelle degli altri paesi del mondo. E mi ha strappato un sorriso nella descrizione così precisa degli usi e costumi di un piccolo villaggio. Li ho trovati talmente ben descritti che ci potevo riconoscere personaggi del mio paesello.
In definitiva, un romanzo godibilissimo, a cui magari manca una maggiore profondità nelle tematiche che si trova, volente o nolente, ad affrontare, ma che rimane comunque un romanzo carino e piacevole con cui trascorrere un pomeriggio.

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sabato, 26 aprile 2008, 21:48

Letture ~ Una vita da lettore, di Nick Hornby

Immagine di Una vita da lettore Una vita da lettore non è esattamente un libro: è una raccolta di articoli apparsi su una rivista letteraria, il Believer, che però ha delle regole ben precise: non vuole pubblicare stroncature. Non si direbbe che questo fermi la penna di Hornby dall'esprimere le sue opinioni, ma di certo la limita, anche solo nel rendere anonimi gli autori dei libri senza titolo che purtroppo stanno nella lista degli abbandonati o interrotti. E' anche per questo motivo che l'ho infilato in "critica letteraria", sebbene non sia esattamente il genere adatto.
Ogni mese tra il settembre 2003 e il giugno 2006 l'autore stende una lista di libri acquistati e di libri effettivamente letti, o almeno iniziati: e poi esprime le sue opinioni come si fa con gli amici, inframezzando il tutto con battute sulla direzione della rivista, sulla sua passione per il calcio, su quello che gli ha impedito di leggere quanto avrebbe voluto, come in una riunione informale davanti al caffè. E' questo l'aspetto più interessante del libro, che risulta a volte un po' "fuori contesto": probabilmente, visto all'interno dell'intera rivista l'opinione sul prodotto finale cambierebbe, ma così si presenta come una serie di consigli di lettura, a volte di libri editi anche in Italia, che è estremamente godibile anche in quanto tale, sia per lo stile dell'autore, frizzante, vivace ed ironico, sia per il modo in cui Hornby affronta la lettura: ossia come un piacere che va vissuto come tale. Nell'introduzione infatti consiglia chiaramente di abbandonare i libri che ci fanno annaspare; spesso nelle sue liste si trovano libri iniziati ma interrotti e/o abbandonati, nonchè libri senza titolo e autore perchè andrebbero stroncati ed è contro le regole della rivista.
Rispetto alle rubriche che si leggono su riviste e quotidiani, lo stile è completamente diverso. Se leggendo le recensioni "tradizionali" si ha a volte l'impressione di una seriosità che a volte esagera con lodi o con biasimi a seconda del libro, e che a volte stronca con una puntigliosità che rasenta il piacere puro di stroncare e basta, negli articoli di Hornby non c'è niente di tutto questo. Mi hanno strappato più di una risata, mi hanno fatto venire voglia di cercare i libri che sono stati meglio commentati, e anche quelli che sono stati solo citati, per vedere come sono. Mi hanno infastidito, quando trovano l'anonimo innominabile, perchè avrei voluto sapere cosa evitare. E soprattutto, mi è piaciuta la sensazione di essere con qualcuno che ama leggere e che vuole condividere questo amore con gli altri, con i suoi lettori, spiegando che ha dovuto spesso barcamenarsi tra il dire quello che voleva e quello che invece le sue esigenze di scrittore richiedevano che dicesse. L'introduzione è, in questo senso, di una sincerità disarmante.
Una vita da lettore è un diario di lettura del tutto informale, simpatico, divertente, trascinante, che parla da uno scrittore che ama leggere a un lettore che ama leggere. E l'essenza della recensione sta esattamente in questo: consigliare libri, dire cosa se ne pensa, anche nel male, lasciando che sia chi riceve il consiglio a decidere. Il tutto con l'amore per la lettura in testa.

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giovedì, 17 aprile 2008, 12:18

Letture ~ Notre-Dame de Paris, di Victor Hugo

Immagine di Notre-Dame de Paris Mi risulta difficile dare un giudizio su questo romanzo: da una parte l'ho trovato molto affascinante, dall'altra mi è sembrato in certi punti molto, troppo noioso (come nei capitoli dedicati all'architettura, che ho trovato sinceramente a volte un po' troppo lunghi). Credo che la storia sia nota a tutti: i personaggi principali sono Claude Frollo, arcidiacono a Parigi presso la cattedrale di Notre-Dame, Quasimodo, un gobbo deforme che ha raccolto sul sagrato della chiesa e che ha cresciuto come figlio adottivo, la Esmeralda, una bellissima zingara, e in misura minore Phoebus, il capitano che farà innamorare Esmeralda, e Gringoire, un filosofo-poeta che Esmeralda salverà dall'impiccagione.
La cosa che più ho apprezzato del romanzo è il modo in cui tutti i personaggi, anche quelli secondari ma che rivestono un ruolo chiave nella vicenda, vengono introdotti con dovizia di particolari (alcuni anche di troppo, ad essere sinceri). I personaggi più analizzati sono Esmeralda, Quasimodo e Claude, ma anche gli altri, seppur dipinti con meno profondità, hanno la loro parte nella storia e ricevono dall'autore quell'attenzione che basta a spiegarne le motivazioni. E' estremamente interessante, a mio avviso, la psicologia di don Claude Frollo, per cui si capisce come l'amore-ossessione per Esmeralda gli risulti strazianti, e la profondità di Quasimodo, che ama sia l'arcidiacono sia Esmeralda fino alla morte. In questo senso, ho trovato molto toccante la scena finale. Il romanzo diventa così una sorta di analisi della deformità del corpo e della deformità degli animi: e questo si nota non solo nella descrizione della follia di Frollo e in quella della superficialità di Phoebus (che Quasimodo analizza con estrema lucidità), ma anche in quella degli atteggiamenti della folla, presa sia come un organismo unico, sia come scissa in tanti individui che compaiono e scompaiono nel romanzo, ognuno con la sua storia, le sue impressioni, le sue idee che cambiano nel giro di un minuto, come tutte le idee proprio di un gruppo così vasto di persone. Hugo coglie benissimo queste variazioni, l'esultare della folla alle esecuzioni e poi la pietà suscitata dalla ragazza bellissima, o lo scherno riservato a un uomo con la sfortuna d'esser nato gobbo, guercio e di esser diventato sordo. Tutte cose che variano velocemente e che l'autore registra puntualmente. Ed è quasi scioccante pensare a come questa puntualità potrebbe essere tranquillamente rintracciata anche nelle folle odierne.
La storia non è felice, tutt'altro. E' una storia di amori non corrisposti, di amori rifiutati, di deformità e di superficialità, di pazzia, il tutto condito dai pettegolezzi della gente, dalla finta pietà, dal'allegria perchè anche quel giorno si impicca qualcuno, o qualcuno va al supplizio. La storia è drammatica, tragica, e ha da sfondo Parigi spesso descritta di notte, ed è contornata da vicende oscure.
E' un classico che va sicuramente letto, anche per notare le differenze con certe trasposizioni cinematografiche che ne sono state tratte. Personalmente ho saltato a piè pari alcuni capitoli sull'architettura di Parigi, sia per il mio scarso interesse all'argomento sia perchè non riuscivo a vederne chiaro il collegamento con il resto del romanzo: mancanza sicuramente mia.

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